Vivo sulla mia pelle le sofferenze degli altri

    Michel Dolle

    flower-200933_640Salve a tutti,
    non sapevo bene in che parte del forum pubblicare la mia domanda dato che nessuna sezione si confà in effetti a quello che voglio domandare.
    Sebbene io non studi psicologia, il mondo della psicologia e delle patologie in generale mi affascina molto. Considero sublime e terribile allo stesso tempo quello che la mente umana può fare.Non mi considero una persona dai mille talenti e,se ne ho, rimangono comunque occultati da una patina di insicurezza cronica e lieve timidezza.
    Se c’è una cosa che però riesco a fare quella è “leggere” le persone. Sono una persona molto empatica, a volte persino troppo sensibile. Mi hanno sempre detto che queste sono cose positive,ma credo la situazione mi stia sfuggendo di mano. Mi hanno sempre detto che questi sono i miei “talenti”, la mia spiccata intelligenza emotiva.
    Se non che,attiro attorno a me gente con i più svariati problemi e non riesco più a capire se sono io ad essere attirato da loro o loro da me. Persone con ogni tipo di psicosi, di dipendenze, di traumi, quando mi incontrano vedono forse in me una spiaggia sicura. Ispiro in loro un senso di sicurezza e riesco, in un modo a me del tutto oscuro, a tirare fuori tutte le loro storie,persino le più oscure, tutti i loro problemi, tutte le loro paure più nascoste. Non saprei bene come spiegare tutto questo, è come se fosse una scelta reciproca, come un colpo di fulmine. In un gruppo, sono sempre attratto ed incuriosito dalla persona che tutti gli altri considerano “strana”, la persona che non parla, quella che non recepisce il sarcasmo, quella che non sa reggere lo sguardo,che sta in disparte e che mostra insicurezza, quella che ha un’intelligenza più sensibile, più delicata o un modo di vedere il mondo che tutti gli altri considerano insueto e non comprensibile. Allo stesso modo queste persone sono colpite da me. Non vorrei sembrare offensivo usando il termine “insanità”,ma il più delle volte è di questo che si tratta.
    Il punto è che tutto non si ferma qui. Essendo molto empatico, come dicevo prima quasi ipersensibile, ogni volta che ascolto le loro storie, ogni volta che una di queste persone cerca “rifugio” in me, riesco ad arrivare ad un livello di comunicazione e comprensione talmente profonda da perdermici dentro: i loro problemi diventano i miei, le loro sofferenze diventano le mie e rischio così ogni volta di cadere in un vortice così veloce che io stesso rischio di perdere il mio baricentro, il mio equilibrio già di per sé delicato. Allo stesso momento non frenare un istinto quasi imperante in me: prendermene cura.
    Scrivo tutto questo perché di recente mi è capitata una cosa che mi ha profondamente spaventato. Una mia conoscente,una persona a cui col passare del tempo mi sono legato enormemente a livello sentimentale, mi ha raccontato di sue vicende passate molto traumatiche. Lei stessa, ragazza estremamente particolare, nel raccontare questo suo grande trauma si è persa,non riconosceva né il posto dove ci trovavamo,né me che la ascoltavo. Tachicardia, sguardo vitreo, movenze veloci e ripetute, dondolio. Questa esperienza mi ha toccato talmente tanto che ho passato i giorni successivi in uno stato di depressione profonda, i suoi racconti erano in me così vividi da sembrarmi quasi delle esperienze vissute sulla mia pelle. In psicologia forse lo chiamereste “transfert e contro transfert”, per me è stato il peggiore degli inferni.
    Tutto ciò mi porta a confondermi, forse che non riesco più a distinguere ciò che è sano ed equilibrato da ciò che non lo è? In fondo sono fermamente convinto che il concetto di “normalità” sia profondamente labile, ma allo stesso tempo la mia sta diventando una spasmodica ricerca di quest’ultima. Io stesso sono cresciuto in un ambiente estremamente disequilibrato,quindi mi chiedo se la mia “normalità”,il mio “giocare in casa”,il campo dove mi sento a mio agio non sia proprio l’insanità stessa. Mi chiedo dunque: sono io che attiro attorno a me un ambiente “non positivo”? Come posso bloccare tutto questo? E come posso,soprattutto, proteggere me stesso da questa sorta di attacco emozionale esterno che subisco irrimediabilmente ogni volta?
    Sento che con il passare del tempo tutto ciò stia minando la mia vita sentimentale e relazionale. Mentre riesco a raggiungere livelli di empatia così profondi con gli altri, io sto quasi diventando anaffettivo. Ecco che ogni volta che mi innamoro vivo il tutto con ansia e angoscia e cerco di tenere la persona lontana da me, ecco che smetto di sentire la mancanza delle persone lontane, ecco che ho sempre più difficoltà a stringere amicizie profonde e durature verso cui provare un sincero bene.
    Chiedo il vostro parere ed aiuto, nella speranza di non essere stato offensivo nei confronti di nessuno usando parole come “insanità” e “disequilibrio”.
    Cordiali Saluti,
    Michel

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    Caro Michel,
    ti riconosci le doti dell’empatia e noto che utilizzi dei termini tecnici per descrivere alcuni fenomeni cui avresti assistito.
    E’ importante, però data la delicatezza di alcune questioni, che tu comprenda bene che le “diagnosi” spettano ai clinici nelle sedi opportune.
    Comprendo che tu ti sia spaventato rispetto a quello che è accaduto con questa persona “tua conoscente a cui ti sei legato enormemente”. In generale, quando ci troviamo di fronte a qualcuno che è in un evidente stato di disagio o di sofferenza quello che possiamo fare è di accompagnarlo in una sede dove possa ricevere una aiuto adeguato e, se ci rendiamo conto di un carattere di urgenza, dobbiamo andare in pronto soccorso, dove è possibile ricevere una consulenza adeguata, perché come già ti ho detto alcune condizioni devono essere gestite da professionisti.
    Premesso questo, ritengo che l’empatia in se stessa non sia un problema e non sia dannosa. Lo diventa se carichiamo, non l’empatia, ma noi stessi di ruoli o aspettative che non ci appartengono. Non esistono calamite magiche per le quali attireremmo solo persone con alcune caratteristiche. Nel variegato mondo delle relazioni, scegliamo delle persone perché, secondo diverse modalità e per svariate ragioni, rispondono a dei nostri bisogni interni di cui possiamo essere più o meno consapevoli.
    Allora Michel, lavora su te stesso, non per eliminare l’empatia come un batterio (non hanno sintetizzato alcun antibiotico per questo) ma per maturare la consapevolezza su quelle parti di te che ti orienterebbero verso alcune dinamiche relazionali. Fallo utilizzando le risorse di cui disponi (anche e soprattutto quelle introspettive). Se ritieni che sia un momento della tua vita in cui hai particolare necessità potresti rivolgerti a un professionista e lavorare con lui per dipanare le calamite che, evidentemente stanno depauperando la tua sfera affettiva.
    Saluti
    Stefania Vinci.

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