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Mia madre è egoista e debole

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    Buongiorno, sono una donna di 36 anni e sono sposata. Ultimamente, alcuni conflitti con mia madre sorti in età adolescenziali stanno diventando sempre più insostenibili. Mia mamma è stata la classica mamma “chioccia” e casalinga perfetta: pur essendo laureata, quando sono nata ha smesso di lavorare per dedicarsi interamente a me. Fino alla pre-adolescenza, adoravo lei e questa situazione e il rapporto simbiotico che avevamo. Con l’adolescenza, mano a mano che il mio carattere si formava e mano a mano che cominciavo a farmi la mia vita, sono iniziati i primi conflitti (sono sempre stata una ragazza molto giudiziosa, ma indipendente). Ho iniziato ad identificarmi sempre di più con la figura paterna, (un uomo che, con la forza del suo lavoro, ha fondato un’impresa molto redditizia, pur trovando sempre il tempo di essere presente nel suo ruolo di marito e di padre) e ad immaginarmi un futuro incentrato sul successo e sulla carriera dove non c’era spazio, per me, per il ruolo di madre. Anzi, ho iniziato a provare un senso di avversione per la maternità, come se tutte le attenzioni materne ricevute (ed erano tante e poi tante…anche piuttosto soffocanti col senno di poi) mi fossero diventate strette, indigeste, stucchevoli. Nel frattempo, mentre io ero una studentessa modello, indipendente, piena di hobby e passioni, mia mamma ha iniziato ad aiutare mio papà nell’azienda, seppur saltuariamente e sempre subordinatamente alla cura della casa (sua vera passione) e alle attenzioni per me, e fondamentalmente contro voglia, più che altro per “darsi un ruolo” verso l’esterno. Lui le cede anche delle quote della società per cercare di darle una realizzazione. In questi anni, nonostante io fossi ormai grande, mia mamma non mi ha mai lasciato veramente “andare”, dal punto di vista psicologico. Essendosi ormai tagliato definitivamente il cordone ombelicale che ci legava, ha comunque trovato il modo per continuare, identificandosi con me, a farmi sentire come il suo normale prolungamento. Se mi iscrivevo ad un corso di qualsiasi tipo, ci si iscriveva anche lei, mettendosi, con me, anche in competizione. Si appropriava (e si appropria tutt’ora) dei miei talenti adducendo il fatto che, anche se lei non ha potuto svilupparli perché “si è dedicata a crescere me e alla famiglia” in fondo i miei successi sono un merito suo perché queste doti me le ha tramandate geneticamente lei. Passano gli anni, mi laureo molto bene e divento molto brava sul lavoro, e con un carattere molto “maschile”, improntato sulla volontà, sulla grinta e sulla disciplina. Mi sposo con un uomo che condivide la mia volontà di non avere figli. Inizio anche ad occuparmi dell’azienda di famiglia, viste le dimensioni sempre più importanti della stessa, e l’età di mio papà che avanza. Solo fuori casa, i rapporti con mia mamma sono sempre sereni e cordiali anche se le discrepanze caratteriali sono sempre più evidenti, e la mia insofferenza verso di lei, purtroppo, negli anni cresce. Io sono diversa da lei…non ci capiamo.

    Fino a che, purtroppo, mio padre muore improvvisamente. Questa morte, scatena e aggrava il divario con mia mamma poiché mi accorgo che, nonostante lei abbia ormai per 20 anni preso parte alla vita aziendale, non sa e non ha mai saputo assolutamente NULLA dell’azienda e dei suoi problemi (avevamo il bilancio in rosso da due anni a causa della crisi, e lei ne era assolutamente ignara; non sa i ruoli delle persone; i clienti, che lavoro facciamo), quasi fosse stata un’ospite a cui è passato il mondo davanti agli occhi senza accorgersene.

    Ora, tutto il peso della situazione è sulle mie spalle: mi sono messa sotto, mi sono assunta dei rischi, personali e finanziari per far fronte alla situazione, per ristrutturare l’azienda, mi sono rimboccata le maniche. Mi occupo per me e anche per lei dei nostri affari e della massa ereditaria; dei rapporti con le banche e della gestione di tutto.

    E mia mamma? Continua a comportarsi esattamente come se mio papà fosse ancora qui a badare a lei. Non un’idea; non un’iniziativa. Discutiamo spesso perché mi aspettavo, da lei, un sostengo nella gestione del tutto che non è assolutamente arrivato. E si sente frustrata.

    Ma poi si auto-consola con la solita frase: “il mio compito e’ stato quello di crescerti…che ne so dell’azienda…nessuno mi ha mai detto niente, se ne occupava di tutto il papà..”, anche se, a ben vedere, sono cresciuta da 20 anni e se una persona ha iniziativa personale e interesse per le cose le informazioni e i ruoli se le prende da solo, come ho fatto io. Si sente frustata per non essere in grado di far fronte alla situazione e per dover dipendere da me. Si è sempre sentita frustrata, da quando sono cresciuta. Frustrata quando era a casa, per non essersi realizzata professionalmente per dedicarsi alla famiglia (in cosa non l’abbiamo ancora capito, visto che non ha mai avuto nessuna ambizione; forse un insieme di utopiche velleità) e frustrata al lavoro, per aver accettato un ruolo che mio papà sostanzialmente le ha dato per darle un “tono” ma che in realtà l’ha sempre annoiata e di cui non le è mai importato. E ora mi guardo indietro, e mi rendo conto che, per quanto le abbia sempre voluto bene, avrei voluto un esempio materno diverso; che mi avrebbe magari anche permesso di avere un carattere più morbido e femminile, e magari di diventare a mia volta madre.

    E poi provo anche astio per una generazione di donne (quella di mia mamma) che, in generale, ha avuto molto più di quello che hanno avuto le loro madri, e molto più di quello che hanno avuto le loro figlie; che sono in perenne bilico fra lavoro (per pagarsi il mutuo, non per darsi un “tono”!). Donne che, pur avendo lavorato poco, avendo avuto agi, e avendo potuto fare sostanzialmente tutto quello che hanno voluto, sono comunque insoddisfatte e lamentose. Ora, vorrei passarci sopra ma…non ci riesco, e sono sempre più insofferente verso mia madre e ho sempre meno voglia di sentirla e di stare insieme a lei. Involontariamente, sono brusca. Ho voglia di allontanarla; voglio la mia libertà, non sono né il suo prolungamento, ne tanto meno il suo tutore, visto che è ancora giovane, in salute e laureata. E soprattutto sono stanca di essere considerata come lo scopo della sua esistenza. Più passa il tempo, più vedo nella maternità egoismo, egoismo per mettere al mondo qualcuno su cui riversare le proprie frustrazioni, che badi a te e che sia, in fondo, il tuo alibi per non aver avuto modo di realizzarsi. Perché a ben vedere, se sei una fallita, non è perché ti sei dedicata a fare la mamma. E’ perché sei e saresti stata una fallita comunque, il fatto di aver avuto un figlio è solo una SCUSA.

    Mi scuso per lo sfogo, ma questo turbine di pensieri e sensazioni lungi 20 anni hanno preso veramente forma solo da poco. Forse, il divario generazionale, almeno fra donne, si è, con l’ultima generazione, irrimediabilmente allargato, tale da rendere le madri dei “marziani” che non si parlano con i “venusini” (le figlie)? Grazie per le vostre impressioni.

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