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Caro Michel,
ti riconosci le doti dell’empatia e noto che utilizzi dei termini tecnici per descrivere alcuni fenomeni cui avresti assistito.
E’ importante, però data la delicatezza di alcune questioni, che tu comprenda bene che le “diagnosi” spettano ai clinici nelle sedi opportune.
Comprendo che tu ti sia spaventato rispetto a quello che è accaduto con questa persona “tua conoscente a cui ti sei legato enormemente”. In generale, quando ci troviamo di fronte a qualcuno che è in un evidente stato di disagio o di sofferenza quello che possiamo fare è di accompagnarlo in una sede dove possa ricevere una aiuto adeguato e, se ci rendiamo conto di un carattere di urgenza, dobbiamo andare in pronto soccorso, dove è possibile ricevere una consulenza adeguata, perché come già ti ho detto alcune condizioni devono essere gestite da professionisti.
Premesso questo, ritengo che l’empatia in se stessa non sia un problema e non sia dannosa. Lo diventa se carichiamo, non l’empatia, ma noi stessi di ruoli o aspettative che non ci appartengono. Non esistono calamite magiche per le quali attireremmo solo persone con alcune caratteristiche. Nel variegato mondo delle relazioni, scegliamo delle persone perché, secondo diverse modalità e per svariate ragioni, rispondono a dei nostri bisogni interni di cui possiamo essere più o meno consapevoli.
Allora Michel, lavora su te stesso, non per eliminare l’empatia come un batterio (non hanno sintetizzato alcun antibiotico per questo) ma per maturare la consapevolezza su quelle parti di te che ti orienterebbero verso alcune dinamiche relazionali. Fallo utilizzando le risorse di cui disponi (anche e soprattutto quelle introspettive). Se ritieni che sia un momento della tua vita in cui hai particolare necessità potresti rivolgerti a un professionista e lavorare con lui per dipanare le calamite che, evidentemente stanno depauperando la tua sfera affettiva.
Saluti
Stefania Vinci.