Questo argomento contiene 1 risposta, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da dr. Federico Baranzini dr. Federico Baranzini 5 anni, 2 mesi fa.

Stima nei confronti dei genitori

    Io non stimo mia madre. Le voglio bene, sì. Riconosco tutti i sacrifici che ha fatto per me, ma non sopporto la sua ignoranza, la sua scarsa intelligenza, il suo essere completamente disinformata su tutto quello che le succede attorno, la sua poca memoria, la sua perenne indecisione sulle cose e la sua apparente mancanza di gusti e preferenze perché “la neutralità è più consona alle persone per bene”.

    Alle persone per bene, infatti, va bene tutto, non scelgono, perché scegliere implica esporsi su una cosa piuttosto che sull’altra e questo potrebbe non star bene in una società che giudica. Sono tante le cose che non mi piacciono di lei e che non mi rendono orgogliosa di essere sua figlia, per lavoro spesso incontro donne della sua età che hanno le palle, che magari non occupano poltrone di comando, ma sono autonome e decise, nonché decisive. Tutte cose che lei non è. E quando incontro queste donne, mi chiedo sempre, e sottolineo sempre, come sarebbe stato per me essere cresciuta da una donna così; cosa avrebbe voluto dire e come avrebbe, quindi, formato il mio carattere ricevere l’educazione di una donna non soggiogata da mille paure e insicurezze e con una cultura più vasta.

    Odio la sua totale mancanza di senso civico, spodestata completamente da atteggiamenti schizzinosi ed egoisti: una volta – già arrabbiata con me perché avevo osato andare a visitare Roma per tre giorni, per la prima volta in vita mia (sottolineo che ho trent’anni, trenta, 30) con quello che da 6 mesi è il mio ragazzo, persona che comunque, conosco da più di due anni – durante un aperitivo con amici di famiglia in un locale ho osato raccogliere da terra una lattina di cocacola che aveva impiastricciato tutto il pavimento e che sarebbe stata insidiosa anche per tutto il nostro gruppo che era lì attorno, bene, lei, dopo questo gesto, mi ha guardato con schifo, lo ricordo benissimo quello sguardo, e mi ha redarguito. Nella sua logica, avrei duvuto lasciare la lattina lì, anzi magari tirarle un calcio e allontanarla; raccoglierla da terra, per lei, significava soltanto sporcarmi le manine pulite e intaccare i grissini che stavo mangiando con la sporcizia della lattina raccolta per terra.

    Mi ha ferita tante volte, nonostante io abbia sempre dato il meglio, sin da bambina e, da fuori io sembri la figlia (unica) modello: sempre ottimi risultati a scuola, laurea presa nei tempi, verginità persa a 23 anni e la storia con questo ragazzo è andata avanti per sei anni. Mai un colpo di testa o una cosa folle, corsi extra curriculari, stage gratuiti e lavoro per fortuna trovato abbastanza in fretta, con riconoscimenti da parte dei capi. Amicizie normali, “brave ragazze” come me. Tutto nei canoni per dare il meglio in assoluto. Non mi sono mai ribellata e ho sempre raggiunto risultati più che buoni, ma sembrava non fosse mai abbastanza per loro.

    Il ragazzo dei sei anni non lo hanno mai considerato alla mia altezza, non era troppo grande, non era troppo bello, non era troppo a modo, non era troppo bon ton, non era troppo meridionale e quindi certe cose non le avrebbe potute capire…insomma, io, per loro, stavo sprecando il mio tempo. Una volta, il mio ragazzo sarebbe stato via dalla mia città per circa un mese, un caldo pomeriggio d’estate, non ricordo perché, ma con il notebook sulle ginocchia, dopo aver finito di chattare con lui su skype, le chiedo un abbraccio e allargo le braccia il più possibile, lei mi guarda e con una mezza smorfia mi nega l’abbraccio ed esce dalla stanza. Non ho mai capito fino in fondo il motivo di quel gesto che mi ha segnato profondamente, ho ipotizzato tante cose, ma nessuna delle spiegazioni che provavo a darmi (sempre legate al fatto che stessi perdendo il mio tempo dietro ad un ragazzo che non mi meritava) mi è parsa valida per rendere meno forte quella ferita che mi aveva come spaccato la schiena.

    Non siamo in grado di comunicare, il suo umorismo non mi fa ridere, mi fa solo un po’ pena, è stupido ed è quell’umorismo che hanno le persone poco argute, non è brillante. Nella maggior parte dei casi non mi comprende e in alcune occasioni nel passato non ha esitato a darmi della puttana soltanto perché magari chiedevo di andare in vacanza con il mio ragazzo (ho trent’anni e sono stata con tre uomini, di cui uno è il mio attuale fidanzato).

    Apprezzo la sua tenacia nel fare le cose, o nel provare a farle, e la sua reattività nel difendersi in tutti i modi per stare a galla e per nascondere abilmente le sue lacune. Riconosco tutti i sacrifici e le cose che si è negata nel corso della vita, per dare a me una possibilità in più. Ma mi sono chiesta più volte se nella vita sarei stata più felice con meno vizi materiali e magari con più educazione socioculturale dai miei genitori. Hanno sempre preteso (senza mai ammetterlo apertamente) il massimo da me, ma non mi hanno aiutato in questa scalata sociale, mi hanno dato gli strumenti ma non il libretto di istruzioni. Mi spiego meglio: si sono privati di quasi tutto per permettermi di studiare o di togliermi ogni sfizio, ma non mi hanno mai fatto viaggiare e hanno anzi ostacolato questa mia voglia in età adulta, si sono spesso dimostrati inetti e senza iniziativa, con una proattività molto bassa. Spesso mi sono risposta che sì lo sarei stata, che avrei preferito avere al polso un orologio da 30 euro, invece che da 700, ma avere qualche ricordo di un pomeriggio in un museo o in una città d’arte con mia mamma o comunque con i miei genitori. Ricordi che non ho.

    La consapevolezza dei sacrifici, tanti, che hanno fatto per me non mi è sufficiente per aumentare la stima nei loro, suoi in questo caso, confronti, sento sempre addosso quel senso di possesso che loro si arrogano di avere verso la mia persona e la mia vita – mia madre, non più tardi di tre settimane fa mi ha ribadito che io “sono roba sua”. Quella vigilanza su ogni mia scelta e quella presunzione di credere che nessuna delle mie decisioni sia presa in autonomia mi rendono complicate la maggior parte delle interazioni con loro: ogni mia volontà o pensiero era, e credo sia, ai loro occhi, frutto di un contagio, prima di un’amica che mi apriva un punto di vista non convenzionale, poi di un fidanzato che non li sopportava e quando non potevano appellarsi ad amiche o fidanzato in veste di Lucignolo, ci andavano giù di insulti e di frasi che screditavano la mia capacità di ragionare e inseguito di decidere autonomamente sulle cose.

    Ultima chicca: il ragazzo attuale è più grande, ha un lavoro, vive da solo, mi ha regalato per i 30 anni una loius vuitton, mi viene sempre a prendere, non mi riporta a casa tardi, viene a cena da noi volentieri e chiacchiera con loro mentre finisco di prepararmi per uscire…..beh….non piace tanto, o meglio il nasino lo ha un po’ storto la mia cara mamma. Perché? Perché non è tanto bello e sta perdendo i capelli, io potrei avere un ragazzo molto più awasome al mio fianco.

    Bene. Dopo tutte queste precisazioni disordinate e in ordine sparso, è normale che io non li stimi, pur volendo loro bene??

    Risposta
    dr. Federico Baranzini

    Cara Mollybloom,

    si potrebbe risponderle molto velocemente : si, ha ragione a non stimarli pur volendo loro bene!

    Ha ragione certo, ha ragione a sottolineare gli atteggiamenti e le mancanze ma, perche c’è un ma, le devo far notare che i genitori non si scelgono e soprattutto non si possono cambiare! Sono stati probailmente i “migliori genitori” che potevano essere rispetto ai loro tempi e alle loro risorse di base e soprattutto il loro essere fatti così non le ha impedito di essere e divenire quello che è, con le capacità che dimostra (mi pare) di avere: una persona ambiziosa, curiosa che non si intimorisce e di ampie vedute.

    Ha ormai 30 anni, una relazione, un lavoro… sicuramente si starà preparando a lasciare casa e quindi i suoi genitori: ecco la seprazione dalla famiglia, dal nido, è un processo a più fasi e sicuramente una di queste, spesso tra le più precoci, è la realizzazione e la presa di coscienza dei limiti (aimè) dei nostri genitori che, come lei e noi, son fatti di carne e di ossa e purtroppo (o per fortuna) commettono errori e scelte approssimative.

    Non sprechi davvero il suo tempo, segua la spinta ad autorealizzarsi e spicchi il volo godendosi ogni momento che nel bene e nel male farà della sua vita un’esperienza unica autenticamente sua e irripetibile: come dice qualcuno non è la paura di cadere (essere perfette sempre e comunque assecondando le aspettative di chissà chi…) ma la paura di volare (trovare la propria strada?) che ci frena e inibisce!

    Tanti auguri

    Risposta
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