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Sono costretta a frequentare una facoltà che odio

    Sono una ragazza di 23 anni e suppongo, dopo una dolorosa considerazione con me stessa, di avere la depressione. Sono affranta praticamente 24 ore su 24, con picchi che vanno dall’assoluto panico e senso di inutilità, a momenti di quiete apparentemente e momentanea dovuta probabilmente all’esaurimento ed all’affaticamento che la continua tristezza comporta nel mio corpo e nella mia mente. Spesso i pensieri negativi si trasformano in un vortice di affermazioni e considerazioni drammatiche e fallimentari e paranoiche sulla mia vita, la mia persona ed il mio futuro. Il cuore accelera, entro nel panico. Sono fragile, il mio stato emotivo è tale che qualsiasi cosa potrebbe rompere la mia bolla e farmi esplodere in un pianto esasperato. Se non fosse per il mero istinto di sopravvivenza, non sentirei nemmeno l’esigenza di nutrirmi. Niente mi appassiona, tutto mi spaventa. Le decisioni mi caricano di ansia, specialmente nel confronto con gli altri. Il che mi rende difficile qualsiasi processo di socializzazione sia formale che informale. La mia autostima è praticamente meno che 0. Nella mia vita ho solo studiato, non tanto per l’esigenza di rincorrere velleità personali,quanto per dover soddisfare le richieste/ imposizioni genitoriali circa le loro altissime aspettative su di me e sulla mia (a sentir loro) abnorme intelligenza. E così ho fatto. Diplomata con 94/100. Avrei voluto non proseguire gli studi, perché studiare da sempre non mi è mai piaciuto, benché mi riuscisse bene.

    Ma non ci fu verso, dopo infinite litigate e luoghi comuni del calibro ” senza una laurea non sarai mai nessuno e il massimo a cui potrai aspirare sarà la commessa” sono stata praticamente circuita e costretta ad intraprendere il percorso accademico, senza nemmeno poter scegliere quale dato che “lettere è una laurea per futuri disoccupati “, o almeno così mi urlavano.

    Alla fine, guidata dalla marea degli eventi e delle circostanze, ho intrapreso un corso di studi fortemente sostenuto da mia madre per poter fare l’assistente sociale. Che, tra l’altro, mai nella mia vita ho vagamente ipotizzato di fare un simile lavoro. Mi sono laureata con massimo di voti e lode. Sono stati anni di sacrifici e ansie continue, mi sentivo in una gabbia ma alla fine ho continuato solo per poter vedere la luce in fondo al tunnel. Finiti gli studi, i miei hanno insistito affinché prendessi la specialistica. Ho provato, ma dopo un mese ho deciso di mollare tutto perché semplicemente non avevo più nessuna intenzione di studiare nè tanto meno studiare cose per le quali non nutrivo il minimo interesse. I miei ci rimasero molto male. Ora si aspettano che sostenga l’esame di stato, lo bramano, ne sono convinti. La verità è che io

    1) ho il cervello che si rifiuta totalmente di apprendere le nozioni, non ho stimolo né voglia di studiare.
    2) Non voglio fare l’assistente sociale
    3) Sono continuamente in preda a pianti, ansia, crisi di panico. La data si avvicina e io so praticamente il 5% di quello che dovrei sapere.
    4) Non so come dirlo ai miei. So che per loro sarei una delusione e questa cosa mi carica di maggiore ansia.
    5) Non ho un lavoro e, visto da una certa ottica, mi sembra di aver investito tempo e salute per far contenti gli altri, studiando per una cosa che non mi interessa e che non voglio fare come lavoro. Quindi, era meglio se non mi laureavo direttamente.

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