Questo argomento contiene 1 risposta, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da Staff Staff 5 anni, 7 mesi fa.

Aiuto, mi sposo!

  • bre

    Salve,
    sono un uomo di 46 anni, ora un po’ più in crisi del solito perché sono in procinto di sposarmi nonostante non lo desideri.
    Certo non sono obbligato dalla legge a farlo, e mentirò quando, durante la cerimonia che avverrà tra pochi giorni, proclamerò pubblicamente la mia “volontà”. Mi sento costretto a farlo per riconoscimento morale o dovere nei confronti della mia futura moglie, con la quale convivo da 11 anni.
    All’inizio della nostra convivenza dichiarai più volte che non desideravo sposarmi né avere figli, ogni volta causando reazioni di pianto e rabbia nella mia compagna. Nonostante ciò le cose tra noi andarono avanti, forse nella speranza in ciascuno che questa diversità di visione un giorno avrebbe potuto fondersi. In realtà ci piaceva stare insieme.
    In epoca più recente (2-3 anni) di fronte alle sue reiterate richieste di risolvere la nostra relazione nel matrimonio ho reagito allontanandomi da lei dal punto di vista sessuale, ovvero riducendo la frequenza dei nostri rapporti. Questa riduzione della frequenza non è mai stata recuperata e anzi è ulteriormente peggiorata ogniqualvolta lei ha ribadito la sua richiesta. Oggi quasi non facciamo più l’amore e certamente non sono io prendere l’iniziativa. A causa di queste sue richieste non la desidero più!

    Ultimamente la pressione psicologica sua e della sua famiglia mi hanno sovrastato, e non avendo avuto sufficiente energia per contrastarli mi sono ritrovato in Municipio a firmare le cosiddette “pubblicazioni”, quindi a comunicare la nostra decisione ai conoscenti. (Ovviamente devo anche fingere di esserne lieto).
    In fin dei conti, mi dico, tutto continuerà come prima: vivremo nello stesso appartamento di sempre, e in pratica nulla cambierà nell’organizzazione delle nostre giornate. Essere sposati o no, non farà alcuna differenza. Ma, nonostante io cerchi di convincermi a pensare così, le ragioni della mia riluttanza diventano di giorno in giorno più forti, più deprimenti. Sto diventando più taciturno e più infelice.

    Scrivo “più in crisi”, “più taciturno”, “più infelice”… perché la crisi e l’infelicità mi accompagnano più o meno da sempre. Ce le ho dentro malgrado tutti i miei (di solito infruttuosi) slanci per mascherarle. Il senso di inadeguatezza e timidezza hanno da sempre rovinato la mia vita. Sono stato uno di quei bambini mancini costretti ad imparare a scrivere con la mano destra. Da bambino non avevo amici e amavo leggere, mentre mia madre desiderava che io andassi a giocare a calcio come tutti gli altri: non era infrequente che mentre me ne stavo tranquillamente a leggere un libro, mi arrivasse di punto in bianco un ceffone solo perché da fuori arrivavano grida di ragazzini che giocavano insieme, suscitando la delusione di mia madre. Per non infastidirla con la mia vista, a volte mi nascondevo sotto il letto con il mio libro e leggevo cercando di voltare pagina più silenziosamente possibile. Mi rimproverava di cose delle quali non avevo nessuna colpa, come il modo di camminare a suo dire sbagliato, ecc. Non ne sono certo, ma tutto ciò potrebbe avere avuto un ruolo nel mio essere fallimentare. A 26 anni andai a vivere da solo, soprattutto per non aver più nulla a che fare con mia madre e col nichilismo da lei indotto.

    Il rapporto con l’altro sesso non è estraneo a questa infelicità: il mio costante senso di inadeguatezza e la mia timidezza non mi hanno mai permesso di “vivere la mia età” quando ero giovane, di frequentare ragazze, quindi di maturare da questo punto di vista.
    Gli ambienti che ho frequentato per lavoro, inoltre, sono sempre stati tradizionalmente maschili (ingegneria) quindi non ho avuto molte opportunità di avere conoscenze femminili. In pratica non ho mai avuto una storia con una ragazza/donna che mi piacesse, e di ciò ho sofferto tantissimo, e ne soffro a tutt’ora benché mi renda conto di non avere più l’età per questo genere di pensieri. A suo tempo, quando tentai di manifestare il mio interesse per qualche ragazza, ottenni ovviamente risultati tutt’altro che incoraggianti, che mi fecero ancor più chiudere in me stesso.
    Ho avuto il mio primo rapporto alla non tenera età di 30 anni, e comunque fu con una che con me ci provò. Lei non era il mio tipo ma nella situazione in cui ero non potevo certo fare lo schizzinoso, quindi ebbi una storia con lei durata circa 3 anni. Poi la lasciai per incompatibilità di carattere – 3 anni di incompatibilità sono lunghi, ma la mia capacità di sopportazione è notevole.
    Il periodo che seguì fu il più bello della mia vita: vivevo solo e con tutto il tempo di godermi i miei molti interessi (lettura, musica, sport, ecc).
    Ebbi poi un’altra storia di 3 anni, simile alla precedente dal punto di vista dei presupposti, finita anch’essa per mia volontà.
    Infine la storia attuale, con una donna non bella ma di buon carattere. Avrei potuto vivere serenamente con lei probabilmente per sempre se non mi avesse portato fino a questo punto. Ora invece penso a una separazione che ormai potrà avvenire solo dopo la celebrazione delle nozze. È pazzesco!

    Il fatto di non essere mai riuscito ad affermare la mia persona “conquistando” una donna, di dover per forza farmi piacere donne che mi sceglievano, come mia unica possibilità di accesso all’amore, è forse alla base della mia avversione al matrimonio. Come dire: va bene, mi concedo a te, ma non mi rassegno.

    Nel grigiore deprimente della mia vita, la ribellione al matrimonio è un lumino che custodisce la mia essenza selvaggia, un’essenza che esiste nonostante non abbia mai trovato espressione. Spegnere questo lumino è come negarmi la possibilità di immaginare la mia emancipazione. Anche se non l’avrei mai assaporata mi accontentavo di poterci sperare. Ma ora no. Non più. È finita.

    Risposta
    Staff

    Buongiorno!

    Le parole con cui ha concluso la sua lettera sembrano quasi un epitaffio. Un epitaffio per lei, per la sua libertà. Già sta pensando di salvarsi con la separazione… Se ancora non ha firmato, davanti al Sindaco, ci pensi bene: è ancora in tempo.

    Non si lasci fermare dai soldi spesi, dal ristorante prenotato ecc… Se non si vuole sposare, se pronuncerà quel “Sì” come la Monaca di Monza ha pronunciato il suo, ci pensi davvero molto bene.
    In caso contrario, si potrebbe cercare di capire da cosa discenda, questa sua avversione per il matrimonio e limarla, così da renderle gradevole quello che, adesso, per lei è come una catena.

    Potrebbe scoprire che i privilegi di un rapporto riconosciuto legalmente compensano la sensazione di aver perso la libertà. Inoltre, mi domando… lei ama la sua compagna? O è semplicemente rassegnato a vivere con lei perchè teme di restare solo?
    Buon giornata!

    Risposta
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